Le donne e il vino a Roma nell’antichitàLe donne e il vino a Roma nell’antichità

vinoMi è capitato di ascoltare l’interessante podcast di Eva Cantarella, uno in particolare ha attirato l’attenzione. Cantarella racconta la storia e l’episodio (spiegando che grazie alla mitologia è possibile anche riferire fatti storici o almeno contestualizzando gli episodi  si riesce a descrivere anche la storia). Nel podcast http://podcast.feltrinelli.it/podcast-file/cantarella_071023.mp3 parla di Ignazio Metennio.

Ecco cosa scrive Cinzia Dal Maso nel sito www.specchioromano.it riguardo allo stesso argomento:

Tra i divieti imposti ad una buona madre di famiglia c’era quello, per noi piuttosto difficile da comprendere, di bere il vino. Alcuni studiosi spiegano il fatto in relazione ad una diffusa credenza che gli attribuiva la proprietà di far abortire, pratica vietata alle donne se non attraverso il consenso del marito. Secondo altri, si impedivano così gli atteggiamenti scostumati che, con un’allegra bevuta, potevano condurre al tradimento. Pare tuttavia più probabile che nella cultura romana bere del vino equivalesse a compiere l’adulterio, poiché come in una relazione extraconiugale la donna accoglieva dentro di sé un principio vitale estraneo. Egnazio Metennio, a quanto ci tramanda Varrone, avendo sorpreso la moglie a bere, la uccise brutalmente a frustate. Baciando sulla bocca la propria donna, si verificava che non si fosse data al vino. Almeno nei tempi più antichi, una “scappatella” poteva costare la vita e terribili torture. L’amante della moglie, se colto in flagrante, diveniva vero e proprio oggetto della giustizia sommaria del marito tradito, che poteva sodomizzarlo con una radice piccante di rafano e con un mugile, pesce voracissimo. In alcuni casi si arrivò addirittura al taglio del naso e delle orecchie, all’evirazione ed alla violenza sessuale di gruppo. L’uccisione era sicuramente la soluzione meno straziante. Le donne, macchiatesi di una colpa così grave, erano condannate a morir di fame. Sempre meglio di essere sepolte vive, come le Vestali che infrangevano il giuramento di castità. Fu il buon Augusto, a cui toccò in sorte una figlia piuttosto scapestrata, la famigerata Giulia, a regolamentare la procedura penale sull’adulterio. L’Imperatore stabilì che venisse considerato un crimine pubblico da punire con l’esilio della moglie: così l’infedele non poteva più essere uccisa dal marito, ma soltanto ripudiata.

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